di Angelo De Rosa
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il caso HAKAMADA


Lo Studiolo
(con la collaborazione di Fujioka Masako e Masaki Monma)

Per contribuire alla decennale battaglia dello “HAKAMADA SUKUKAI”
“Associazione per la Salvezza del Prigioniero Innocente,
l’Ex pugile Iwao Hakamada” .
Rappresentante: Masaki Momma

Indirizzo: 1-50-1-4-401, Kumegawa-cho, Higashimurayama-shi, Tokyo 189-0003 Japan
Fax: 042-394-4127 sito web: http://www.yayoigallery.com/
e-mail: hakamada_sukukai@h2.dion.ne.jp



Contenuti

Biografia di Iwao Hakamada

Testimonianze
Lettera di Hakamada Iwao al figlio (2 febbraio 1983)
Condannato senza prove, dimenticato nel braccio della morte...A. De Rosa
Appello del Cardinale Seici Scirayanagi e dell’avvocato Haruo Abe

La storia del caso
Il massacro nella notte
L’alibi
Forzata confessione
Sentenza ambigua
Dettagli sul trincetto indicato come l’arma del delitto
I punti cruciali per la revisione del processo di Hakamada

Appendice
I cinque indumenti macchiati di sangue
Durata degl’interrogatori sottoposti da Polizia e Procura

Biografia di Iwao Hakamada

1936. Nasce in Yu-To quartiere nella provincia di Shizuoka. Prima, .come pugile dilettante ottiene 8 vittorie (7per KO) su 15 incontri.
1957. Partecipa a un inconto per pesi gallo alla Riunione Nazionale d’Atletica in Shizuoka, riportando un gran successo.
1959. Si trasferisce a Tokyo per entrare nel “Fuji Boxing Club”.
1960. Combatte 19 incontri in un anno, registrando ben 13 vittorie ( 4 perse, 1 pari ). Lavora come Sparring-Partner con un pugile di 10 kg superiore.
1961. Marzo. Dopo nove mesi diventa professionista. Combatte al Korakuen Hall, ( in un incontro non ufficiale) con il Campione Giapponese della sua categoria. Perde ai punti.
Aprile. Si reca a Manila per l’incontro con Marsing David, il campione filippino dei pesi gallo.
Maggio. A Sapporo, combatte 4 incontri. Dopo essersi ferito agli occhi e alle gambe, decide di rinunciare alla professione di pugile. ( si classifica come settimo pugile nella graduatoria dei pesi gallo in Giappone). Ritorna in Shizuoka per preparare il futuro pensando di rientrare nella Boxe. Ottiene un impiego nella fabbrica ”Kagome Miso” a Yokosuna, nella citta` di Simizu.


Testimonianze

Per la revisione del processo al Signor Iwao Hakamada, condannato a morte che sopravvive nel braccio della morte da oltre 40 anni in Giappone.
Aiutiamolo!

”Mio caro figlio, cresci onesto e coraggioso, con le mani pulite. Se ti sforzerai di essere onesto, potrai riconoscere questa società severa e fredda come un modello negativo da non seguire. Il tuo papà ritornerà da te presto e ti potrà dimostrare che non ha mai ucciso nessuno. Chi lo sa più di tutti è la polizia. Chi si sente in colpa sono i giudici. Ti prometto che riuscirò a spezzare queste catene e tornare presto a casa, a ristringerti fra le braccia”.
Lettera di Hakamada al figlio. 2 febbraio 1983


Condannato senza prove, dimenticato nel braccio della morte
Circa quarant’anni dopo questa lettera, il Signor Hakamada è ancora vivo, ma la sua non può chiamarsi “vita”. Non è mai uscito dalla cella in cui da migliaia di giorni è costretto ad attendere un secondino che gli comunichi a che ora dovrà essere impiccato. Non ha piu` rivisto suo figlio, ne` altre persone che non fossero altri condannati a morte o guardie. Crudele attesa forzata che, aggiunta all’ingiustizia della sua condanna inflitta dopo una confessione estorta con la violenza e senza praticamente prove, diviene una tortura che solo una società piu` crudele del piu` crudele assassino può permettere:la società in cui è ammessa la pena di morte. Sara` sufficiente la testimonianza dell’ex giudice Kumamoto Norimichi, il quale, ha finalmente ammesso che quel giorno di tanti anni fa fu costretto a firmare la condanna a morte per aver ricevuto delle “pressioni”, pur avendo dubbi sulla colpevolezza dell’imputato?
Angelo De Rosa (Lo Studiolo, 2007)


“Paolo” Iwao Hakamada deve ottenere la revisione del processo !

Il Signor Iwao Hakamada è stato processato per furto, incendio ed omicidio volontario avvenuto il 30 giugno 1966. Nel 1968 è stato condannato dal Tribunale Distrettuale di Shizuoka. Tutti i suoi appelli a questa Sentenza sono stati rifiutati, anzi, nel 1980 è stato condannato a morte dalla Corte Suprema di Giustizia.
Tuttavia il Signor Hakamada continua a dichiararsi innocente. Continua a sperare nella riapertura del processo e a pregare Dio, il quale sa che egli è innocente.
Ha ricevuto il battesimo al Natale del 1984, unendosi alla Chiesa Cattolica. Il Signor Hakamada non dice il falso di fronte a Dio e agli uomini. Egli è realmente innocente! È stato torturato per estorcergli una falsa confessione. Non solo, è stato anche condannato a morte sulla base di prove infondate.
Spero vivamente che questo povero innocente sia salvato da una crudele ed ingiusta morte.
Cardinale Seiici Scirayanaghi

Non esitiamo a correggere gli sbagli !
Il miserevole costume della Giustizia e Procura giapponese di infliggere la Pena di Morte ad un cittadino innocente secondo prove infondate e di ostinarsi a difendere il verdetto originario anche quando questo è palesamente in contraddizione con la realtà, riceverà una severa critica dalla storia. Non dobbiamo esitare a correggere uno sbaglio !”
Il fu Haruo Abe, Avvocato che lottò per Hakamada dal 1991 al 1999, anno della sua morte.

Il Caso Hakamada. La storia
Il massacro nella notte
Sono stati ritrovati quattro cadaveri. Quattro corpi anneriti. Carbonizzati. Qualcuno aveva dato fuoco a quel luogo spargendo del combustibile. L’incendio in quella casa era cominciato verso le due di mattina del 30 giugno 1966. La città dell’incidente si chiama Shimizu. Si trova nella provincia di Shizuoka, in Giappone. Una delle vittime, il signor Hashimoto aveva 41 anni. Era il direttore della Compagnia “Kogane Miso”. Usava la casa anche come ufficio. Insieme a lui fu uccisa sua mogle di 38 anni, il loro primo figlio di 14 anni e la loro seconda figlia di 17. La sorella maggiore è l’unica superstite del massacro. Dormiva fortunatamente in una zona differente dell’abitazione.
I corpi presentavano molte ferite da arma da taglio. Tante che non si poté stabilire il numero preciso. Si parla, almeno di quarantacinque. L’arma del delitto sarebbe stata identificata in un trincetto trovato tra i resti bruciati dell’incendio. A parte la punta rotta però, questo non sembra essere particolarmente danneggiato.
Secondo la polizia sarebbero stati rubati dalla casa 80.000 yen. Altri soldi ed oggetti di valore sono però stranamente rimasti nel luogo. Altre “stranezze” sarebbero seguite.

L’alibi
Iwao Hakamada all’epoca aveva trent’anni ed era uno degli impiegati della Compagnia del signor Hashimoto. Quel giorno, dopo il lavoro, finita la cena, ritornò nella sua camera del dormitorio al secondo piano della fabbrica a fianco la casa del direttore. Dopo aver giocato a Shogi (sorta di scacchi giapponesi) con un suo collega, guardò un telefilm. Alle 23 passate indossò il pigiama, spense la luce e andò a letto.
Il fischio della sirena della fabbrica lo svegliò, mentre stava dormendo profondamente. Ancora non era completamente conscio
di quello che accadeva quando sentì un collega gridare: “Al fuoco! La fabbrica va a fuoco!”. A quel punto saltò fuori dal letto e scese di corsa per i gradini col pigiama. Nonostante preso dal panico, pensò che doveva cercare un secchio per portare dell’acqua nel luogo dell’incendio. Si avvicinò un collega urlando: “l’estintore! L’estintore!” . Lo cercarono insieme, ma non lo trovarono. Pensarono di avviarsi verso l’idrante davanti la fabbrica. Quando Hakamada salì per le scale dello stenditorio per andare sul tetto, scivolò e cadde ferendosi il dito medio della mano sinistra con qualcosa, forse un pezzo di latta. Si bagno tutto il corpo durante l’opera di spegnimento. L’incendio fu spento dopo circa venti minuti.
Hakamada tornò nella sua camera, si fasciò la ferita con una striscia strappata da un asciugamano per fermare il sangua. Il giorno dopo la ferita era suppurata perché non l’aveva disinfettata. Doveva andare da un medico.
Questo è tutto quello che Hakamada fece quella notte. Ha un alibi di ferro che prova la completa estraneità con il delitto.

Forzata confessione
Hakamada fu arrestato il 18 agosto del 1966. Per diciannove giorni ha sostenuto di essere innocente, ma i crudeli metodi adottati durante gl’interrogatori lo hanno evidentemente reso incapace di ragionare normalmente. Alla fine di questa “agonia” fu costretto, forse per non perire, a firmare una confessione preparata dalla polizia secondo un aloro “sceneggiatura”. Il riassunto della confessione è il seguente.
Dopo l’una di mattina, quel 30 giugno, Hakamada sarebbe uscito dalla sua stanza del dormitorio armato di un trincetto, che portava nella cordicella che chiudeva alla vita il suo pigiama. Si sarebbe arrampicato sul tetto del magazzino del direttore Hashimoto dall’acero della casa accanto alla fabbrica. Sarebbe sceso nel cortile della casa con l’aiuto del pluviale per entrare
nella casa. Scoperto dalla famiglia, avrebbe atterrato Hashimoto con un pugno, ucciso quattro persone con il trincetto per rubare i loro soldi. Quindi sarebbe fuggito dopo aver sparso del combustibile sui cadaveri e acceso il fuoco con un fiammifero.
I suoi capi d’imputazione sono: l’intrusione nella proprietà privata, il furto, l’incendio e gli omicidi.
Non esisteva nessuna prova che confermasse la sua “confessione”. La polizia non aveva potuto trovare nessun indizio significativo. E’ facile credere che gl’investigatori fossero guidati da idee preconcette secondo cui il crimine sarebbe stato eseguito da un uomo forte e che sapesse usare i pugni.
In un documento dell’interrogatorio si legge :” senza la sua confessione sarebbe stato difficile trovare la verità su questo caso”. Sembra evidente che si tratti di una confessione falsa ed estorta con la forza dalla polizia.
La media delle ore d’interrogatorio fu di dodici ore al giorno. L’interrogatorio più lungo è stato di diciassette ore. La teoria della colpevolezza di Hakamada è stata prodotta dalla tortura.

Sentenza ambigua
Il 10 dicembre 1966 cominciò il processo a Hakamada nel Tribunale Distrettuale di Shizuoka. Si dichiarò sempre innocente. La Sentenza definitiva arrivò l’11 settembre 1968: Morte per impiccagione. Tutti i seguenti Appelli sono stati rifiutati dalla Corte Suprema di Giustizia. Il 19 Novembre 1980, la conferma in via definitiva della Pena di Morte. La Sentenza in Prima Istanza è priva di riferimenti a prove concrete della colpevolezza di Hakamada; lo stile del testo è vago e incoerente secondo lo standard della lingua giapponese.
Tre i quarantacinque documenti degli interrogatori di Hakamada
Sottomessi al Tribunale, uno solo ne è stato accettato per la testimonianza. Tuttavia, anche questo, non aveva un contenuto particolarmente rilevante rispetto agli altri quarantaquattro documenti scartati. Insomma, non c’è stato alcun motivo particolare per cui è stato scelto proprio quel documento.
Nella Sentenza non è stata descritta l’aggressione al direttore Hashimoto. Non è stato chiarito il modo in cui sarebbe stata uccisa la moglie e i figli. Inoltre, all’inizio i procuratori insistevano sul fatto che l’assassino avrebbe indossato il pigiama durante il delitto, sull’indumento però non c’era quasi nessuna macchia di sangue.
Quando il Processo si avviava in una punto di stallo, improvvisamente, quasi per incanto, il 31 agosto del 1968 (circa due anni dopo il massacro) cinque indumenti con tante belle macchie di sangue sono state sottoposte al Tribunale. I procuratori hanno affermato che quegl’indumenti erano statoi trovati all’interno di un serbatorio di miso nella fabbrica. Secondo Nella Sentenza di colpevolezza di Hakamada però non è stato chiarito quando e come sarebbero stati messi in quel posto.
Per quanto riguarda questo punto, le spiegazioni sono sempre vaghe ed imprecise.
Sarebbe fin troppo facile criticare questa Sentenza assurda di basso livello che sembra scritta da un bambino delle scuole elementari. Tuttavia, vorremmo riferire soltanto sui cinque indumenti che i giudici non hanno menzionato nelle frasi conclusive con cui hanno rigettato il ricorso di Appello, perché questi indumenti sono le uniche prove materiali della colpevolezza.
I cinque indumenti sono una camicia sportiva, un paio di pantaloni, una maglietta con le maniche corte, delle mutande normali ed un paio a “gamba lunga”.
Osserviamo la situazione di ogni capo. Sulla camicia sportiva è presente sangue di gruppo AB e A; sui pantaloni, di gruppo A; sulla maglietta, di gruppo A e B; sulle mutande a gamba lunga, di gruppo A e sulle altre mutande , di gruppo A e B. Il gruppo sanguigno del direttore Hashimoto era A. Di questo gruppo sono presenti macchie su ogni capo. Quello di sua moglie era B, presente sulla maglietta e sulle mutande. Quello del loro primo figlio era AB, presente solo sulla camicia. Quello della loro seconda figlia era O, ma, nonostante fosse stata ferita in dieci punti, non è presente in nessun indumento. Solo il gruppo sanguigno del direttore era presente fra le macchie
sui vestiti. Oltre al gruppo sanguigno del direttore, le altre macchie sono presenti in modo inspiegabile. Il sangue di sua moglie non è stato trovato sulla camicia sportiva né sui pantaloni né sulle mutande a gamba lunga, ma solo sulla maglietta e le mutande. E’ innaturale che il sangue del loro primo figlio,sia presente solo sulla camicia sportiva. La posizione delle macchie del sangue delle vittime è evidentemente inconprensibile.

Dettagli sul trincetto indicato come l’arma del delitto
Prima di discutere questa questione, vorremmo ripensare ad un’altro omicidio successo la notte tra il 30 e il 31 dicembre del 2000, nell’area residenziale di Kami-Soshigaya in Setagaya-ku,Tokyo.
In quel caso, una famiglia di quattro persone è stata massacrata. Ogni vittima è stata pugnalata in più di 10 posti dall’omicidia. Più di 30 posti in totale. Le armi del delitto erano un coltello da cucina e un lungo coltello da sashimi (pesce crudo a fette). Il coltello da cucina si è piegato alla punta ; la lama del lungo coltello si è rotta in tre parti.
Secondo la confessione redatta dagli investigatori, il signor Hakamada avrebbe pugnalato le vittime 44 volte con un trincetto nella mano destra. Ma non c’era nessuna parte lesa nel palmo della sua mano destra. Secondo la sentenza, Hakamada aveva solo una ferita leggera al dorso della mano destra e al braccio destro.
Se questo delitto fosse stato commesso da Hakamada, il suo palmo e il dorso della mano destra sarebbero dovute essere sporche abbondantemente di sangue per aver pugnalato 44 volte, perché quel trincetto non aveva protezioni per la mano. Ma non c’è nessuna ferita nella sua mano.
 Secondo punto: il trincetto si è rotto solo quasi dieci millimetri alla punta,e la lama non è stata intaccata.
Terzo punto: esiste un dubbio sulla storia di una porta posteriore della casa di Hashimoto, da cui i procuratori dicono che il signor Hakamada sarebbe uscito.
Secondo il signor Nobuo Kinosita, un membro dell’Associazione
per la Salvezza dei Prigionieri Innocenti: fa obiezione alla loro ipotesi dettagliatamente e con prove sicure nel suo libro ”La colpevolezza dei Giudici( casi di condannati “dubbi”)”.
Secondo quel’interrogatorio,il signor Hakamada avrebbe mosso una sbarra della porta posteriore verso destra, avrebbe spostato una pietra
Che ostacolava l’apertura e sollevato il saliscendi nella parte più bassa
della porta. Non avrebbe sollevato il salicescendi posto nella parte superiore della porta, e avrebbe aperto la parte bassa della porta sollevandola sufficentemente per far passare il suo corpo e uscire.
Tuttavia, uno degli abitanti che arrivò di corsa per spegnere il fuoco, testimonia su questa porta posteriore. Secondo la sua deposizione quella porta era stata strettamente chiusa e non si sarebbe potuta aprire né a spingerla né a tirarla. Infatti dei vigili del fuoco avevano dovuto sfondarla a colpi di spalla. Proprio in quel momento la sbarra della porta si ruppe. Cioé quella sbarra bloccava la porta. In questo caso, come si sarebbe potuto riposizionare la sbarra dopo essere usciti da quella porta? Dall’esterno è ovviamente impossibile.
Questi esempi, dimostrano che gl’indizi presentati al Tribunale sarebbero innaturali e intenzionali. Perché sono accadute queste cose?
Possiamo pensare che la Polizia avesse avuto difficoltà a continuare le indagini, mancando indizi e prove sicuri. Ma quando anche i Giudici hanno deciso di rigettare il ricorso in Appello, non hanno considerato
quelle contraddizioni, sebbene queste fossero i punti essenziali che provavano l’innocenza di Hakamada.
Con questo disonesto metodo che “crea” gli omicidi in modo autoritario e arbitrario, ognuno, in qualsiasi momento, può “diventare” un colpevole, e quindi un condannato. Anche tu che stai leggendo questo foglio. Se i poliziotti o i procuratori ti indicassero come colpevole, sarebbe la fine della tua vita.


I punti cruciali per la revisione del processo di Hakamada

Otto esempi importanti tra 21 documenti che sono stati presentati al Tribunale dall’avvocato Haruo Abe.



1.Il carattere non violento: Il signor Hakamada ha un dolce e gentile carattere, come dimostrano le sue lettere dal carcere. Non aveva nessun motivo di commettere questo orrendo crimine. Probabilmente il fatto che sia un ex pugile ha influenzato il giudizio negativo nei suoi confronti. Notoriamente esistono pregiudizi nei confronti di questa categoria. Si pensa che i pugili siano naturalmente portati alla violenza. E’ una chiara discriminazione guardare un “ ex pugile” dall’alto in basso, inoltre è una mancanza di rispetto per chi si impegna nella Boxe.

2. L’ipotesi di omicidio per vendetta: E’ supponibile che il massacro sia sta commesso da più persone (almeno quattro), considerando gli insoliti oggetti ritrovati sul luogo e le numerosissime pugnalate inflitte.

3.Il trincetto non è l’arma mortale: Lo schema della larghezza e della profondità delle ferite sui quattro cadaveri, attestano che l’arma mortale non è il trincetto.

4.Non ha comprato il trincetto: La deposizione secondo cui il signor Hakamada avrebbe comprato un trincetto in una coltelleria a Numazu, è stata completamente negata dalla nuova testimonianza del padrone di quel negozio.

5.La discrepanza delle macchie di sangue: Le macchie di sangue sui cinque indumenti trovati dentro il serbatoio del Miso, hanno posizioni innaturali e inspiegabili: sono evidentemente state prodotte intenzionalmente da qualcuno.

6.Assenza della macchia di sangue sugli Zori (sandali con cinturini) di gomma: Hakamada calzava gli Zori e dovrebbe aver camminato nel mare di sangue, ma su questi, mancano macchie di sangue, anche nei buchi dei cinturini .

7.Sequestro di un taglio di stoffa : un pezzo di stoffa macchiata di sangue, della parte più bassa dei pantaloni, è stata sequestrata all’improvviso dal cassettone di sua madre . Ci sono motivi oper ritenere che la polizia lo avrebbe messo di proposito in quel posto precedentemente, e dopo aveva finto di trovarlo.

8 Via di fuga innaturale: La porta posteriore è stata sbarrata dall’interno. Se Hakamada fosse uscito da quella porta, non avrebbe mai potuto sbarrarla dall’esterno.
[PR]
by libertus66 | 2014-03-28 21:03